La città di Cosa fu fondata dai Romani nel 273 a.C. nel territorio della città etrusca di Vulci, dopo la sua definitiva sconfitta ad opera del console Tiberio Coruncanio nel 280 a.C. La collina su cui sorge, che pare non fosse mai stata abitata in precedenza, costituiva un ideale punto di controllo sul mar Tirreno, le cui rive Roma conquistò nel volgere di un breve tempo. Sulla base dell’estensione della città, oltre 13 ettari, si valuta che i primi coloni fossero circa 4.000; tuttavia il centro dovette attraversare un periodo di crisi demografica durante le guerre puniche, come tanti altri centri dell’Etruria, tanto che alla fine di queste, nel 197 a.C., vi furono inviati altri 1.000 coloni. Seguì un periodo di prosperità, caratterizzato da un’intensa attività costruttiva, che culminò, attorno al 150 a.C., con la costruzione del Capitolium (il tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva), della Basilica e con la sistemazione del porto ai piedi della collina: il Portus Cosanus, posto in corrispondenza della cosiddetta “Tagliata Etrusca”, in realtà un canale artificiale creato in epoca romana per deviare l’emissario dell’attuale lago di Burano (un tempo una laguna estesa fino alla base della collina di Ansedonia) ed evitare così proprio l’insabbiamento del porto. Attorno al 71 a.C. subì un incendio e un saccheggio, forse ad opera di pirati, che la lasciò pressoché spopolata. La città rimase così abbandonata fino all’epoca di Augusto (20 a.C.), quando l’imperatore la ripopolò probabilmente con veterani in congedo delle sue legioni. Tornata a nuova vita, prosperò per circa un secolo, per poi spopolarsi ancora progressivamente, in favore delle aree alle falde della collina, in prossimità del porto e della via Aurelia. Un’iscrizione del 236 d.C. segnala lo stato di degrado degli edifici del foro e non è un caso che negli antichi itinerari sia nominato il centro di Succosa o Subcosa (“sotto Cosa”) e non più l’antica colonia, anche se la vita dovette proseguire, seppure stentatamente, anche in età tardo imperiale. Claudio Rutilio Namaziano nel 415 d.C., descrivendo le coste di fronte a cui passa la sua nave, fuggendo da Roma diretto verso i suoi possedimenti in Gallia, nel poema De Reditu Suo (il ritorno), rappresenta Cosa come completamente deserta e in rovina e ricorda una leggenda secondo cui la città sarebbe stata abbandonata a causa di un’invasione di topi. La nuova fase di insicurezza di tutto l’impero dovuta alle invasioni barbariche, portò, alla fine del V secolo, alla realizzazione di una fortezza con funzione di controllo della via Aurelia, che, distrutta dopo pochi decenni, divenne presidio bizantino a contrastare l’avanzata dei Longobardi; contemporaneamente, nei pressi di essa, in corrispondenza dell’antico foro romano, sorse un piccolo villaggio impostato sui resti delle antiche domus, con una chiesa realizzata nell’area dell’antica Basilica. E’ in questo periodo che la città dovette mutare il suo nome da Cosa ad Ansedonia. Fu sicuramente popolata nell’alto medioevo e, con il resto dell’Ager Cosanus, fu donata nell’805 da Carlo Magno al monastero romano di S. Anastasio ad Aquas Salvias, detto delle Tre Fontane. Secondo la tradizione, infatti, il Monastero aveva inviato al re, che stava assediando proprio la fortezza di Ansedonia, le reliquie di S.Anastasio, al cui cospetto le mura furono scosse da un violento terremoto, che fece fuggire spaventati i nemici e gli permise di conquistare la città. Il nome di Ansedonia è presente nei principali documenti dei secoli successivi, quale dominio dei conti Aldobrandeschi, cui i monaci dell’abbazia lo avevano dato in enfiteusi, e quindi degli Orsini che ne ereditarono i possedimenti per via matrimoniale, dopo la morte dell’ultima contessa palatina Margherita Aldobrandeschi. Conquistata infine dalla Repubblica di Siena, fu fatta distruggere nel 1330 per scacciarne un gruppo di predoni che l’aveva occupata. Rimasta abbandonata e creduta a lungo una città etrusca, fu oggetto di scavi sistematici da parte dell’American Academy di Roma a partire dall’immediato dopoguerra (1948), esplorando l’Arce, il Foro e alcune abitazioni, dimostrando come la collina non mostrasse tracce di occupazione anteriori all’epoca romana. Su un terreno donato dalla marchesa di Sanfelice, proprietaria di buona parte dell’area archeologica, l’Accademia realizzò anche il museo (1981), poi donato allo Stato italiano. Da alcuni anni sui resti dell’antica Cosa operano equipe di diverse università europee e americane: Università di Granada e Barcellona, Florida State University, Bryn Mawr College, Università di Tübingen e Università di Firenze.

DA VEDERE

Museo Archeologico di Cosa. Piccolo museo che raccoglie i materiali restituiti dagli scavi nell’area archeologica di Cosa, raccontandone lo sviluppo dall’epoca romana fino al medioevo. Mura. Le mura in opera poligonale sono piuttosto ben conservate e corrono per circa 1500 metri, delineando un quadrilatero entro cui era compresa la città antica, fortificate con 18 torri, 17 quadrate e una sola rotonda, tutte poste lungo i tratti rivolti verso mare. Particolarmente suggestiva la cosiddetta Porta Romana, dove sono ancora visibili negli stipiti gli alloggiamenti del sistema di chiusura.

Arce. Sull’arce, il punto più alto della città, da cui è possibile ammirare uno splendido panorama, sono posti i resti più monumentali dell’area archeologica: il Capitolium, ovvero il tempio dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva) e il tempio di Mater Matuta.

Foro. Il foro era una grande piazza lastricata con arco monumentale d’accesso, oggi crollato, ma mostrato ancora in piedi in una incisione settecentesca. Su di esso si affacciavano i principali edifici pubblici della città. Particolarmente interessanti il Comizio, edificio con la caratteristica gradinata circolare scoperta dove avvenivano le riunioni della popolazione e che si è calcolato poteva ospitare poco meno di 600 persone, e il tempio della Concordia che tra il X e l’XI secolo d.C. fu trasformato in chiesa cristiana.

Tagliata etrusca. Ai piedi della collina di Ansedonia, sul lato meridionale, si trovava uno degli antichi porti della colonia: il Portus Cosanus, di cui sono ancora visibili sulla spiaggia alcuni resti. Qui è presente anche un’imponente struttura tagliata nella roccia viva, impropriamente definita “tagliata etrusca”, ma in realtà da datare ad epoca romana; essa serviva a incanalare le acque dell’emissario del lago di Burano, in epoca romana una estesa laguna costiera che dalle falde della collina arrivava fino all’attuale confine tra Toscana e Lazio, in modo da impedire l’interramento del porto, deviandone i detriti oltre la punta rocciosa che lo delimitava.

COME ARRIVARE

(20 km) Si prenda la Statale Aurelia in direzione Roma. Oltrepassata Orbetello, si prenda la prima uscita per Ansedonia. Si prosegua superando il sottopasso della ferrovia, poco dopo al primo bivio si prenda a sinistra seguendo le indicazioni per l’area archeologica, fino a giungere a un piccolo spiazzo sterrato, esterno alle mura, dove è possibile parcheggiare la macchina e proseguire a piedi.