Quello di Bolsena è il più grande lago di origine vulcanica d’Europa, il secondo bacino lacustre dell’Italia peninsulare, per estensione, dopo il Trasimeno. Riempie una depressione creatasi circa 320.000 anni fa in seguito al collassamento delle sacche di magma svuotatesi per l’attività di una serie di vulcani presenti in questo comprensorio, fra cui quelli su cui sorgeranno poi i paesi di Valentano e Montefiascone. E’ alimentato essenzialmente dall’acqua piovana, oltre che da alcuni brevissimi corsi d’acqua e sorgenti posti nel suo bacino. Ha un unico emissario, il fiume Marta, che si getta nel Tirreno dopo avere lambito la città di Tarquinia. Le ultime eruzioni vulcaniche nella zona sono databili a circa 120.000 anni fa; infatti le prime tracce di frequentazione rinvenute risalgono al Paleolitico Medio e Superiore (100.000-35.000 e 35.000-10.000 anni fa, rispettivamente), e sono state individuate soprattutto nella parte meridionale del bacino. Non abbondanti le tracce relative agli altri periodi della preistoria, dal Neolitico e all’età del bronzo; più consistenti invece i rinvenimenti relativi alla prima età del ferro (IX-VIII secolo a.C.), quando sappiamo che il livello delle acque del lago era inferiore di circa 7 m rispetto a quello attuale: a tale epoca risale l’insediamento del Gran Carro, sulla riva orientale del lago, oggi sommerso, e le origini dell’importante centro di Bisenzio, sulla riva meridionale. In epoca etrusca il lago dovette essere controllato dalle importanti città etrusche di Volsini (Orvieto) e Vulci, cui probabilmente era sottoposto il centro di Bisenzio, cui si aggiunse, per la fase più tarda della storia etrusca, anche Tarquinia. Piuttosto numerosi erano gli insediamenti che occupavano le alture a corona del lago, tra cui quello più rilevante sorgeva il località La Civita di Grotte di Castro, sui crinali a Nord-Ovest del bacino. Nel 264 a.C. le legioni di Roma conquistarono l’ultima città stato etrusca rimasta indipendente: Volsini, posta sulla rupe di Orvieto. Al contrario di quanto era accaduto con la conquista delle confinanti città di Tarquinia (281 a.C.) e Vulci (280 a.C.), in questo caso i Romani non si limitarono a confiscare una parte del territorio del nemico, ma rasero al suolo la città e i suoi abitanti furono obbligati a trasferirsi in un nuovo insediamento, appositamente realizzato presso le rive del lago: l’attuale Bolsena; la città mantenne lo stesso nome: in etrusco Velzna o Velsena che in latino diventerà Volsini. Secondo alcune fonti l’intervento romano sarebbe stato sollecitato dalla stessa aristocrazia locale, a seguito della presa del potere da parte dei ceti servili; il saccheggio della città avrebbe fruttato ben 2.000 statue di bronzo. Volsini crebbe di importanza nel tempo, soprattutto dopo la realizzazione della via Cassia, nel II secolo a.C., che la attraversava; nella prima età imperiale risulta essere un celebre luogo di villeggiatura, ricordato dal poeta latino Giovenale. Già all’inizio del IV secolo d.C. risalgono le prime attestazioni della presenza di comunità cristiane, testimoniata dalle catacombe di Santa Cristina a Bolsena. A un momento tra la fine del V e l’inizio del VI secolo a.C. risalgono invece le più antiche attestazioni dell’esistenza di una diocesi volsiniese, mentre un’altra fu anche nella città di Bisenzio, sulla riva opposta del bacino. Su un’isola del lago (la Bisentina o la Martana), fu esiliata la regina Amalasunta, figlia di Teodorico, re degli Ostrogoti, che qui fu poi fatta assassinare nel 535 dal marito e cugino Teodato. Nell’XI secolo San Lorenzo, Grotte di Castro, Gradoli, Latera e l’isola Bisentina furono cedute dalla contessa Matilde di Canossa alla Chiesa che entrò così in possesso di tutta la val di Lago. Su tutto questo territorio, tuttavia, esercitò a lungo la sua influenza il potente Comune di Orvieto, talvolta anche in contrasto con quello della Chiesa. Nel 1281 papa Martino IV visitò Bolsena; pare che durate la sua permanenza ebbe modo di gustare le anguille del lago, diventandone talmente ghiotto da essere posto per questo da Dante nella sesta cornice del Purgatorio, fra i golosi. Essendo posta su una delle vie principali di comunicazione tra Roma e il nord, tutta la val di Lago fu a più riprese attraversata e saccheggiata da truppe straniere dirette verso la capitale della cristianità o il sud d’Italia; tra queste, quelle dell’imperatore Ludovico il Bavaro nel 1328 che, dopo la sua incoronazione a Roma, intendeva rifornirsi di mezzi per muovere guerra contro il regno di Napoli; l’imperatore mise anche sotto assedio la città di Bolsena, senza tuttavia riuscire ad espugnarla. Nel 1369 papa Urbano V, riportata la sede pontificia a Roma dopo la cattività avignonese, fu costretto da una serie di tumulti ad abbandonare la città, trovando rifugio a Montefiascone. In ringraziamento per la sua fedeltà nei confronti del soglio pontificio, le concesse lo status di città e la eresse a sede di diocesi, staccandola da quella di Bagnoregio e ricavando il suo territorio da quello delle diocesi circostanti (Viterbo e Tuscania, Orvieto, Castro). Un’interessante quadro della val di Lago nel XV secolo, ci è offerto dai Commentari di papa Pio II Piccolomini che, imparentato con i Monaldeschi, signori di Orvieto e Bolsena, visitò queste zone tra il 1460 e il 1462: descrive Bolsena come devastata dalle numerose guerre intestine e ricorda come l’isola Martana, dopo un lungo periodo di abbandono, fosse abitata dai frati Agostiniani, mentre sull’isola Bisentina abitassero i frati minori Osservanti di San Francesco. Nel 1537 papa Paolo III istituisce il Ducato di Castro, che include le rive meridionali e occidentali del lago, con gli abitati di Marta, Capodimonte, Bisenzio, Valentano, Grotte di Castro e lo affida al figlio Pier Luigi Farnese. Successivamente si venne a creare una situazione di forte atrito tra la famiglia e il papato, sia per i numerosi debiti accumulati nei confronti della Chiesa, sia per la pretesa dei Farnese di scegliere il vescovo di Castro, capitale del ducato; tale crisi raggiunse l’apice nel ‘600 e culminò nel 1649 con la presa di Castro da parte delle truppe papali, la sua completa distruzione e il ritorno di tutto il ducato sotto il controllo diretto della Chiesa. Nel ‘700 si ebbe un innalzamento del livello delle acque del lago, che causò la formazione di numerose zone palustri lungo le sue rive, talmente insalubri che nel 1779 il papa Clemente XIV ordinò l’evacuazione del piccolo centro di San Lorenzo alle Grotte, posto nelle immediate vicinanze della costa, e lo spostamento degli abitanti in una nuova città, a circa 2 km da quella abbandonata, che venne chiamata San Lorenzo Nuovo. La zona della val di Lago fu interessata a più riprese dai moti risorgimentali: nel 1860 un gruppo di Garibaldini guidati dal colonnello Zambianchi lasciarono i Mille a Talamone e, dopo essersi adunati a Pitigliano, superarono il confine occupando Latera e Grotte di Castro; tuttavia un distaccamento francese acquartierato a Montefiascone, con il supporto delle truppe pontificie di stanza a Valentano, riuscì a cacciare i patrioti, recuperando il controllo di quel territorio. Un evento simile si ripeté nel 1867, quando Garibaldi tentò di organizzare una spedizione per occupare lo Stato Pontificio e conquistare Roma; il generale fu fermato dalle autorità italiane, che lo arrestarono e lo trasferirono a Caprera, da qui tuttavia il generale riuscì a fuggire. Nel frattempo gruppi di volontari sconfinarono comunque nel Viterbese, provocando numerosi disordini: furono occupate Ischia di Castro, Farnese e Acquapendente, venne attaccata Valentano e un gruppo si asserragliò nel convento di S. Francesco a Bagnoregio. Le truppe pontificie tuttavia si organizzarono velocemente e, dopo essersi concentrate a Montefiascone, cacciarono quelli che definivano “briganti” o “banditi” oltre il confine, recuperando il controllo di tutta l’area. Tuttavia, dopo la vittoria di Garibaldi a Monterotondo, temendo un’invasione delle truppe regolari dei Savoia, le truppe pontificie abbandonarono tutti i presidi concentrandosi a Roma e a Civitavecchia, dove si attendeva lo sbarco dei rinforzi francesi. I Garibaldini allora da Torre Alfina, dove avevano posto la loro base, decisero di approfittare della situazione e, occupata Viterbo, presero il controllo delle piazzeforti strategiche di Bagnoregio, Valentano e Montefiascone, ponendo in quest’ultima il comando militare. Ma proprio quando si era appena svolto il plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia, giunse la notizia della sconfitta di Garibaldi nella battaglia di Mentana. I Garibaldini abbandonarono quindi tutte le loro posizioni e lasciarono lo Stato Pontificio. Solo nel 1871, con la caduta di Roma, anche il territorio del lago di Bolsena entrò infine a far parte del Regno d’Italia.

DA VEDERE

Bolsena.

Castello Monaldeschi e Museo Territoriale del lago di Bolsena. Eretta nel XII secolo a proteggere il percorso della via Cassia, fu ristrutturata e ampliata dai Monaldeschi della Cervara, che ebbero l’egemonia su Bolsena tra il XIV e il XV secolo. Parzialmente ricostruita nel ‘500, fu più volte distrutta, l’ultima nel 1815 dagli stessi abitanti della città per impedire che venisse consegnata a Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone. Restaurata a partire dagli anni ’70, dal 1991 ospita il Museo Territoriale del Lago di Bolsena, che espone reperti archeologici, naturalistici e demo antropologici che illustrano la storia e le tradizioni del comprensorio.

Basilica e catacombe di Santa Cristina. La Basilica di Santa Cristina sorse poco fuori dalle mura dell’antica Volsini sopra un’antica area cimiteriale paleocristiana dove si riteneva fossero tumulati i resti della santa, secondo la tradizione martirizzata a Bolsena ai tempi dell’imperatore Diocleziano: tuttora dall’edificio sacro è possibile accedere a un complesso di catacombe assai esteso e ramificato, con alcune tombe ancora intatte, epigrafi e lacerti di affreschi. La sistemazione delle reliquie della santa, poste dentro un’urna di epoca imperiale romana chiusa in un sarcofago di peperino, tornate alla luce nel 1880, risale all’XI secolo a.C., momento in cui secondo la tradizione la contessa Matilde di Canossa fondò la cattedrale. La chiesa ha caratteri romanici; i capitelli figurati purtroppo sono stati danneggiati in un intervento della fine del ‘700. Di pregio il ciborio di VIII-IX secolo posto sul cosiddetto altare delle quattro colonne. L’elegante facciata della fine del ‘400 è invece stata realizzata su commissione del cardinale Giovanni de’Medici. All’interno di questa chiesa avvenne nel 1263 il cosiddetto “Miracolo di Bolsena” in seguito al quale venne istituita la festa del Corpus Domini; sono ancora conservate le pietre macchiate dal sangue che sarebbe sgorgato dall’ostia al momento della consacrazione.

Area archeologica. Dell’antica città romana di Volsini, sono visibili diversi resti monumentali. In particolare in località Poggio Moscini, dove era collocato l’antico foro della città; sono visibili resti di diversi edifici pubblici, strade lastricate e abitazioni con ambienti affrescati.

Grotte di Castro.

Necropoli. Posta a circa tre km da Grotte di Castro, tra il paese e il lago di Bolsena, la necropoli di Pianezze è al momento l’evidenza maggiore di un importante centro etrusco sorto sul pianoro detto La Civita. Il gruppo sepolcrale è costituito da 24 tombe a camera a più ambienti. Di particolare interesse una di esse che, a forma di casa, reca dipinti in rosso i particolari delle travature del tetto.

Valentano.

Museo di Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese. Il primo nucleo della rocca di Valentano risale all’XI secolo. Ampliata e ristrutturata più volte nel tempo, venne nel ‘400 trasformata dai Farnese in palazzo residenziale, con la realizzazione del cosiddetto “cortile d’amore”, in onore del matrimonio tra Angelo di Pier Luigi Farnese e Lella Orsini celebrato nel 1488. Altri intervenni subì all’inizio del ‘500, ad opera di Antonio da Sangallo, cui si deve la vera del pozzo centrale. A papa Paolo III Farnese (1534) si deve invece la realizzazione della loggia esterna che ancora oggi caratterizza il panorama di Valentano. Abbandonato dai Farnese dopo la caduta del ducato di Castro (1649), nel 1731 divenne monastero delle suore domenicane, che lo adattarono alle loro esigenze. Dopo il trasferimento delle suore a Gubbio, la rocca fu destinata a usi civili (scuole, abitazioni) e venne abbandonata nel 1957. Restaurata a partire dal 1979, ospita dal 1996 il Museo di Preistoria della Tuscia, che accoglie importanti reperti dal Paleolitico all’età del ferro provenienti da tutta la provincia di Viterbo.

Montefiascone.

Chiesa di San Flaviano. Chiesa romanico-gotica costruita a più riprese a partire dall’XI secolo. Costituita da due edifici sovrapposti, nella parte inferiore, databile a poco dopo il 1000, sono di notevole interesse le colonne e i pilastri con capitelli variamente decorati e numerosi affreschi databili tra il XIV e il XV secolo. La chiesa superiore, con facciata animata da tre archi gotici sormontati da una loggia cinquecentesca, ha un elegante interno a tre navate con una grande apertura centrale sul pavimento, delimitata da una cancellata settecentesca, che permette di vedere l’ambiente sottostante. Al centro della parete d’ingresso è conservato il seggio papale in travertino, sormontato da un baldacchino, realizzato nel 1262 quando papa Urbano IV si recò nella basilica per consacrarne l’altare.

Chiesa di Santa Maria di Montedoro. Posta a pochi chilometri dal centro abitato di Montefiascone, la chiesa un tempo detta di Santa Maria di Monte Moro, è a pianta ottagonale e fu realizzata su progetto di Antonio da Sangallo nel 1523, sul luogo di una precedente cappella con un’immagine considerata miracolosa della Madonna con il Bambino, tutt’ora visibile sull’altare maggiore e attribuita ad Antonio del Massaro detto il Pastura (seconda metà del ‘400). Anche le cinque cappelle presenti all’interno recano affreschi della seconda metà del XVI secolo