L’antica città etrusca di Vulci è una di quelle meno ricordate dalle fonti antiche. Nacque all’inizio dell’età del ferro (IX secolo a.C.) grazie all’apporto demografico delle popolazioni che vivevano nella valle del Fiora, che confluirono nell’ampia e fertile piana costiera dando vita a un insediamento che si estendeva per oltre 120 ettari, occupando un pianoro lambito dal basso corso del fiume Fiora. Le necropoli erano collocate su tutti i rilievi che circondano la città, su entrambe le rive del fiume. Una delle tombe a incinerazione del IX secolo a.C. ha restituito un gruppo di bronzetti nuragici, indice dell’importanza e del vasto raggio dei contatti tenuti dalla città fin dalla sua fondazione. Il momento di massimo splendore Vulci sembra tuttavia raggiungerlo nel VI e V secolo: i ricchi corredi tombali hanno restituito una grandissima quantità di ceramica attica a figure nere e figure rosse, tanto che nell’800 si credeva che fossero prodotti in Etruria, anziché in Grecia; ha grande sviluppo anche la scultura in pietra locale, con leoni, sfingi e centauri che vanno a decorare l’ingresso delle sepolture. A questo periodo si riferisce uno dei pochi episodi di storia etrusca che conosciamo sia dalle fonti romane, sia da quelle etrusche, grazie alle pitture della tomba François: i fratelli Vibenna, originari di Vulci, avrebbero prestato il loro aiuto al loro amico Macstarna, futuro Servio Tullio, in un combattimento contro i Tarquini di Roma. Dopo la metà del V secolo comincia un periodo di decadenza della città, che sembra cominciare a riprendersi solo un secolo più tardi; è il periodo più teso dello scontro con Roma e non è un caso, sempre nella tomba François che le pitture con l’uccisione del condottiero romano Gneo Tarquinio e dei suoi alleati, sia contrapposta alla scena del sacrificio dei Troiani (antenati dei Romani) sulla tomba di Patroclo. Vulci alleata con Volsini (Orvieto) verrà definitivamente sconfitta da Roma nel 280 a.C. e privata di buona parte del suo territorio. E’ l’inizio di una lenta, ma progressiva e inesorabile decadenza, che prosegue in epoca imperiale. Nel IV secolo d.C. divenne sede vescovile, ma le incursioni saracene diedero il colpo di grazia all’insediamento ormai spopolato. La sede della diocesi fu trasferita a Castro e della città rimase solo l’eco nel nome del pianoro, ricordato come “Pian de’ Voci”. Della localizzazione della città si perse così memoria, fino alla metà del ‘400 quando lo studioso domenicano Annio da Viterbo, pioniere degli studi sull’antica Etruria, per la prima volta propose che Vulci fosse collocata su Pian de’Voci. La sua voce rimase però a lungo inascoltata e contraddetta e solo con il ‘700 e i primi scavi si ebbe la certezza che proprio lì essa era collocata. Ma è nell’800 che Vulci divenne famosa per la ricchezza e l’importanza dei suoi corredi funerari a seguito delle rapinose esplorazioni archeologiche portate avanti da Luciano Bonaparte, principe di Canino e da Vincenzo Campanari: a loro si deve se pressoché tutti i principali musei europei (British Museum e Louvre in testa) posseggono materiali provenienti da Vulci.Nella seconda metà dell’800 la tenuta passò dai Bonaparte ai Torlonia, che proseguirono per decenni l’opera di saccheggio dei loro predecessori: è così che le pitture della tomba François, così chiamata dal nome dell’archeologo fiorentino suo scopritore, furono staccate e tutt’ora giacciono, nascoste al pubblico, nel palazzo Torlonia a Roma. Gravi danni al patrimonio archeologico vulcente furono causati anche nel 1919 con la realizzazione di una centrale elettrica sul Fiora, con i lavori di canalizzazione che attraversarono tutta l’area archeologica, sia il pianoro della città che la necropoli dell’Osteria e i lavori di cavatura della pozzolana che, prolungandosi per alcuni anni, distrussero senza riguardo tutte le tombe che investirono. Le distruzioni proseguirono anche dopo la seconda guerra mondiale, quando, con le bonifiche dell’Ente Maremma, i nuovi mezzi meccanici, utilizzati per la prima volta in questa parte di maremma, provocarono ulteriori distruzioni e saccheggi, dando anche un notevole impulso agli scavi clandestini. Nel 1975 venne inaugurato il Museo Archeologico di Vulci, posto nel castello della Badia, ma solo negli anni 90, con l’istituzione del Parco Archeologico e Naturalistico inizia un nuovo corso dell’archeologia vulcente: scavi regolari e mostre da allora si sono susseguiti costantemente, portando, con il riallestimento del Museo nel 2016 secondo i più recenti criteri di valorizzazione e comunicazione a quella che a ragione è stata definita “la rinascita di Vulci”.

DA VEDERE

Castello e ponte della Badia con Museo Archeologico di Vulci. Il bel castello sede del Museo Archeologico di Vulci, è citato fin dal 1012, già allora a presidio del ponte medievale, costruito su piloni di epoca etrusco-romana, che permetteva il superamento del fiume Fiora. Facente parte dei domini dei Farnese fin dalla metà del ‘400, fece parte del ducato di Castro fino alla distruzione della sua capitale nel 1649. Entrato a far parte del principato di Canino di cui era titolare Luciano Bonaparte, nel 1855 fu acquistato da Alessandro Torlonia. Diventato negli anni ’50 sede dell’Ufficio Scavi di Vulci, vi fu inaugurato il Museo Archeologico Nazionale di Vulci nel 1975. Nel 2016 il Museo, dopo una breve chiusura, è stato nuovamente aperto al pubblico con un allestimento completamente rinnovato dagli spiccati caratteri didattici, che vede numerose ricostruzioni e illustrazioni ad acquarello.

Parco Archeologico Naturalistico di Vulci. Tutta l’area dell’abitato di Vulci e delle sue necropoli, è inserita nel Parco Archeologico Naturalistico che si è andato costituendo a partire dagli anni ’90. Tra i monumenti più degni di nota tra quelli oggi visibili, da segnalare la Domus del Criptoportico, estesa per oltre 3.000 mq, con pavimenti a mosaico e ambienti sotterranei perfettamente conservati; nelle immediate adiacenze della domus è presente anche un Mitreo, individuato nel 1975 in seguito a uno scavo clandestino tempestivamente bloccato dalle forze dell’ordine. Lo scavo che ne seguì mise in luce l’ambiente sotterraneo con banconi laterali caratteristico dei luoghi destinati al culto del dio Mitra, del quale furono rinvenuti due gruppi scultorei nel consueto atto di uccidere il toro; una copia del gruppo principale è stata ricollocata in situ. Numerosi nuclei sepolcrali circondavano il pianoro della città, su entrambe le rive del Fiora. Sulla riva destra, la stessa dell’abitato, è stato recentemente attrezzato per la visita un gruppo di tombe a camera e a fossa della necropoli dell’Osteria, una delle più importanti dell’insediamento, particolarmente imponenti la Tomba dei Soffitti Intagliati e la Tomba della Sfinge. La necropoli orientale, sulla riva sinistra del Fiora, comprende anche numerose importanti sepolture: fra queste la cosiddetta Cuccumella, imponente tomba a tumulo della fine del VII secolo a.C., che è attraversata da numerosi cunicoli scavati dai Torlonia nell’ossessivo tentativo di rinvenire una terza camera funeraria, oltre a quelle già rinvenute in precedenza. Nel costone sottostante si aprono numerose tombe a camera scavate nella roccia, alcune delle quali visitabili con accompagnamento. Tra queste da ricordare la famosa Tomba François, le cui pitture sono state staccate ed oggi conservate a Palazzo Torlonia, la Tomba delle Iscrizioni e la Tomba dei Tori.

COME ARRIVARE

(60 km) Imboccare la Statale Aurelia in direzione Roma e percorrerla fino all’uscita di Montalto di Castro (47 km circa), uscire e rientrare sul lato opposto invertendo il senso di marcia; dopo poco più di 1 km prendere l’uscita per Manciano / Vulci. Seguire la SP 105 e le indicazioni fino alla destinazione (11 km circa).